La questione se le microplastiche stiano danneggiando la salute umana è urgente e la scienza è attualmente troppo incerta per dare una risposta chiara. Per mesi, gli studi hanno suggerito che queste minuscole particelle di plastica si accumulano nel nostro corpo, contribuendo potenzialmente a malattie come attacchi di cuore e problemi riproduttivi. Tuttavia, alcuni scienziati ora sostengono che molti di questi risultati potrebbero essere inaffidabili a causa della metodologia errata.
Questo dibattito non è nuovo. Rispecchia le lotte storiche contro gli inquinanti ambientali – dal DDT alla riduzione dell’ozono – dove gli allarmi iniziali hanno lasciato il posto a un rigoroso esame scientifico. Il problema principale è che la ricerca sulla microplastica è ancora nelle sue fasi iniziali e combina nuove tecniche analitiche con le complessità della biologia umana.
Lo scontro di metodologie
La disputa nasce da una mancata corrispondenza tra due tipologie di ricercatori. I chimici analitici hanno trascorso anni a perfezionare i metodi per tracciare con precisione gli inquinanti. Gli scienziati medici, abituati a studiare sistemi biologici complessi, hanno iniziato ad applicare questi metodi ai tessuti e ai fluidi umani. L’attrito che ne deriva è inevitabile.
Ad esempio, uno studio ha trovato una correlazione significativa tra la microplastica nelle arterie indurite e l’aumento del rischio di infarti e ictus. Ma i chimici analitici hanno subito evidenziato potenziali errori: contaminazione del laboratorio, identificazione errata dei grassi come plastica e controlli insufficienti. L’équipe medica ha risposto che questo lavoro è nuovo e che alcune incertezze non invalidano necessariamente i risultati.
Perché è importante
La posta in gioco è alta. Se la scienza rimane inconcludente, sarà più difficile spingere per normative o cambiamenti nel settore. Gli scettici e coloro che hanno interessi finanziari nel settore della plastica sfrutteranno l’incertezza per ritardare l’azione, come hanno fatto con altre minacce ambientali come i CFC.
Il passato offre una lezione. Quando negli anni ’80 gli scienziati affrontarono le controversie sulla riduzione dell’ozono, organizzarono uno sforzo di collaborazione per risolvere i disaccordi e fornire ai governi prove chiare. Ciò ha portato al Protocollo di Montreal, che ha eliminato gradualmente le sostanze chimiche che distruggono l’ozono.
Il percorso da seguire
Per evitare gli stessi ritardi con le microplastiche, i ricercatori devono dare priorità alla collaborazione. Gli esperti biomedici e analitici devono lavorare insieme per perfezionare i metodi, condurre studi interlaboratorio e persino coinvolgere scienziati del settore nel processo. Gli scettici potrebbero mettere in dubbio quest’ultimo, ma escludere le parti interessate non fa altro che prolungare il dubbio.
L’industria della plastica è molto più potente delle aziende che un tempo producevano CFC e sembra che stia già utilizzando tattiche simili per seminare dubbi. Il tempo delle lotte intestine è finito. Dati robusti e affidabili sono essenziali per informare la politica e proteggere la salute pubblica.
L’attuale dibattito sulle microplastiche non è solo un battibecco scientifico. È una battaglia per il futuro della regolamentazione ambientale e della fiducia del pubblico. Risolvere questo problema richiede trasparenza, collaborazione e impegno per dati rigorosi e verificabili.























